Lettere sulle dita

All'asilo e alle elementari scrivevo lettere alle mie maestre, un po’ perché ero influenzata dalle mie compagne di classe, che riempivano fogli interi coi nomi delle maestre e mille cuori tutti intorno, e un po’ perché quando una maestra mi trattava come se fossi stata sua figlia io, in un modo o nell'altro, dovevo dirglielo che le volevo bene e sceglievo di scriverlo. E poi io fino a poco tempo fa non riuscivo ad esprimere i miei sentimenti se non scrivendo…a me sembrava l’unico modo per essere sincera fino in fondo. Le maestre mi dicevano “brava" e "grazie tesoro” ed era magnifico sentirselo dire. 
Delle medie ho sbiaditi ricordi di compiti in classe e temi da svolgere. Erano le attività che prediligevo e non vedevo l'ora di leggere i miei lavori di fronte a tutti i miei compagni. Ricordo anche qualche complimento della mia professoressa di italiano e l'Ottimo conquistato per un compito su Giacomo Leopardi. Ho deciso di custodire questi flash della memoria come alcuni tra i più preziosi che mi affollano la mente. In quegli anni, oltre a scrivere perché dovevo, scrivevo perché volevo; quando ero a casa, libera dai compiti, provavo a scrivere qualcosa, qualche riga, oppure intere pagine.
Alle superiori le cose si fecero diverse. Ho cominciato a scrivere sul serio a sedici anni, quando mi accorsi di sentire un bisogno urgente di rigettare su qualsiasi cosa e in qualsiasi luogo fosse possibile tutto quello che mi passava per la mente, che fossero poche righe o interi fogli, non aveva più importanza: dovevo scrivere. I miei professori mi hanno beccata un mucchio di volte col cellulare in mano, mentre ero intenta a mettere una dietro l’altra qualche parola sulle Note del mio smartphone; quando scrivevo sui quaderni, invece, era facile fingere che prendessi appunti. Vorrei che i miei professori sapessero di tutti quei personaggi inventati e poi spariti, finiti chissà dove tra tutta l’immondizia del nostro paese. Ma ho sempre avuto timore del giudizio dei grandi, avrò sempre timore del giudizio dei grandi.
Per me scrivere significa mandare tutto al diavolo. Ecco, sono qui che dovrei far altro, ma scrivo, perché è quello che voglio fare davvero. Scrivendo ho imparato ad essere me stessa, a non fingere. Perché infondo non è per niente giusto essere chi non si è. In passato avrei negato che in realtà amo scrivere più di quanto ami i miei libri, ma ora non m’importa. Io sono questa. Amo stare dove nessuno può venire, amo stare nella mia testa e tra le mie fissazioni. Amo stare con me.
Nel film Becoming Jane con Anne Hathaway nel ruolo di Jane Austen, c’è una scena in cui lei, mentre parla con la signora ricca del paese, va a sedersi su una panchina e si mette a scrivere; la signora dice “Non si può porre rimedio?”. Ecco…non si può fare, non esistono le pillole anti scrittura, ci sono solo quelle anticoncezionali che fanno ingrassare. Io di riempirmi lo stomaco di parole non mi stanco mai, baciare le pagine con esse è un piacere sublime e mi auguro che questo duri tutta la vita, tutta la vita per davvero.
Ma una volta credevo che consegnare quattro colonne di foglio protocollo piene zeppe di parole scritte con una grafia piccola e tondeggiante fosse sufficiente a far sapere a tutti quello che mi passava per la testa: sono stata profondamente disillusa nel constatare che nessuno aveva capito niente di me. È per questo che ho cominciato a scrivere con impegno, per dare vita alla speranza di essere compresa, prima o poi. 
Eppure da quando ho capito quanto significhi per me scrivere lotto con una forza estranea che si chiama Insicurezza. Compro fogli bianchi, quaderni, penne e matite, gomme per cancellare, e mi accorgo che tutto questo non basta per fare di me una scrittrice. Le mie emozioni rivivono sulla carta, sulla dashboard di un social network, certo…eppure, quante delle mie parole fanno di me quella che desidero essere?
Quando prendo la penna tra le dita, quando sfioro coi polpastrelli le parole fresche di stesura, quando ho le lettere sulle dita, le mie lettere, sento che la mia anima si è riversata su quei fogli. La mia anima, non la mia esperienza, perché io non ne ho. Della vita so poco e niente e sento che è proprio questo a tirare i freni della mia ispirazione. Voglio scrivere di tutto, ma non riesco a scrivere di ogni cosa che vedo, perché bisogna prima capire e poi dimostrare d'aver compreso. 
Ho sempre pensato, quindi, che uno scrittore alle prime armi debba cominciare a scrivere delle poche cose che sa e debba poi riempire i quaderni delle scene che vede nel mondo fuori e studiarle, fare pratica di scrittura sempre e ovunque, scovare le verità nascoste e accostarle alla sua vita personale, comparare le nuove conoscenze con quelle passate e, poi, inventare, inventare, inventare…Soltanto allora, credo, potrà ammettere d'avere abbastanza esperienza da poter scrivere anche di qualcosa che non ha vissuto in prima persona, perché ha assimilato dentro di sé la vera essenza dell'umanità. 
Che questo avvenga viaggiando, chiacchierando, sorridendo, facendo la spesa, poco importa. S'impara osservando, s'impara vivendo. Io ho vissuto ancora poco e posso scrivere delle rare volte in cui mi sono sentita davvero viva, ma la penna mi trema sempre tra le dita. Trema, eppure non cade perché, nonostante le insicurezze, mi porto dentro la determinazione di volermi svelare, spogliare dei miei sentimenti e regalarli agli altri.

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